Elogio della memoria

Elogio della memoria

Ovvero diario minimo

 

di Francesco Pasca

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Per mia natura e per dir di memoria, asseconderò “lo scarto dalla norma”, non seguirò l’ordine in una o più frammenti di ricordo, gironzolare nell’intorno m’è più consono.

M’accingo a perseguire o riprodurre o a elogiare il ritroso che non sarà solo esercizio di memoria, lo diventerà soprattutto per far ordine ad una ricerca in affanno, anche per gli anni a venire e per emergere dalle tante cianfrusaglie di una vita trascorsa o ancora da trascorrere.

Fatta la premessa e, siccome di “treno dei desideri” si tratta, nell’ ancor più, oggi, ho occasione per elogiare solo una parte di memoria e di cose “scritte” in poesia.

L’immagine di una memoria è stata subito dapprima carpita e s’è ancorata, poi, nell’ancor più del convintamente. Ho colto a volo lo “scartamento ridotto” di binari semantici per far correre le mie tradotte vacillanti, in parole.

Scovo, tiro dal marsupio di Eta Beta, l’acciaio futurista e i freddi solchi rovesci e mi accingo alla ulteriore deviazione in accortezza del non imboccare per un binario morto o per ponti costruiti per le nuove Cassandre.

Anni fa, era il 1979, vi fu il mio primo futuro (il futuro non s’è mai coniugato con l’unicità di un UNO ma come somma diversificata di tante frazioni velocissime di futuro).

Sempre nel 1979 iniziava, pertanto, una narrazione scorrendo su sovrapposta immagine di un me impresso. Accadeva per ragioni di una possibile contaminazione (presunzione giovanile) e mi chiudevo in (Egoestetico).

Narravo l’Uno più d‘Uno, di Parmenide di Elea, ed ero in un frattale di Porta Rosa e di tempo costruito come mediana virtuale in me riflessa e per essere anche di Cartesio.

I “desideri” nell’allora erano proprio costruiti per un percorso di spazio da ostentare con le ragioni semantiche del quieto frastuono fra fonosemantico, idosemantico e diacronico.

Narrare è sentire la necessità di rotolare lungo e per assi cartesiani e in miti reali e, al contempo, tracciare i miei segni d’aria (gesti) in coordinate di punti per vicende reali e virtuali di e per altri, di quanti possono o avuto o vogliono possibilità di riconoscersi in gruppi storici, in un nuovo gruppo.

Il mio di riferimento, la partenza, era il gruppo ’63. Pertanto Scorrevo così, da temerario teatrante, su binari per treni caleidoscopici. Rasoiavo capello su capello e da tagliare per lungo ed in lungo e in largo e per dire che, a Brescia, in quel ch’è stato l’inizio di un decennio, con Rossana Apicella, semiologa, si dovevano necessariamente tracciare e raccogliere i brandelli di una poesia per la nuova teoria detta Singlottica.

S’era all’ “Annibale Calini”, lei, l’Apicella, come docente di lettere classiche, io come ancor giovane e fresco fresco docente appena approdato alla vita da insegnante.  

Credevo anche allora nello “scarto dalla norma”, quindi, mi convinsi di poter resuscitare una Poesia Visiva ormai consunta dagli anni ‘70 e non lo fu solo per l’esigenza di un elogio bensì per racimolare identità ormai senza passaporto e ch’era il passato di uno ieri e ch’era per il già da ieri e ch’era la “vacuità del presente” o il “vacuo qualunquismo dell’identico di un futuro per l’oggi.

Anche in quel frammento di memoria futuribile, di cui, nell’istante cartesiano, si parlò per l’oggi e per un domani e ne sentii ancora una volta quello stato di perenne strana fluttuazione nell’assente di un diacronico.

Non lo fu allora né sarò indotto oggi a rincorrere come segno percorso da fratture già imposte in un percorso segnato. Il mio moto continua ad essere in coordinata, apparentemente casuale, lo sarà per non essere costretto solo ed esclusivamente dal mio stesso illogico andare.

Le leggi, se mai ne sono esistite, per quel moto, diventarono ieri e sono il mio oggi con il fluttuare nella necessità dello spazio di suoni, immagini, gesti e parole.

Essere l’acqua che passa, dettata da regole fisiche e che si insinua in altrettante vie con il suo passare e lasciare, diventa il linguaggio dell’eterno (es)perimento.

Sarà come chiedersi dov’è e dove potrà esservi l’Errore.

Il dove perseguire l’Errore sarà il Punto.

Quel che ieri mi lasciò riflettere in un istante di fulmine nel sereno, ne specificherà il suo senso oggi, con l’opportunità di elogiare una memoria e al contempo scacciarla per Errore.

Oggi lo ridiventa, è la mia memoria affiorante con: «Senta, secondo lei, se le verrà rivolta la seguente domanda – cos’e una stazione ferroviaria? -, cosa risponderà? Dirà che è il luogo dove arrivano i treni o il luogo dove è l’uomo che si reca a prendere il treno? Secondo lei, in questa domanda, dov’è l’errore?».

La perplessità in una poesia non è mai d’obbligo, non lo sarà mai, ma diverrà per la domanda in sé, nel dettare ad altri la sensibilità posseduta.

(Pretendere da Uomo di essere Uomo o accontentarsi di un Luogo.)

Orbene, la vacuità del presente è non riuscire a comprendere “dov’è l’errore”, ma la “vacuità del presente è anche riuscire a non perseverare nell’errore”.

Sbuffo così coi miei fili freddi e distesi e ordinati da parallele e per binari semantici e ascolterò il già «Fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii» (marinettiano) di quel treno.

Sbuffava trottava

Sbuffava

    Trottava sbuffava

                 Fischiava

Sbuffava fischiava

 

Trottava sbuffava

       Fischiava

            Sbuffava trottava

                Fischiava

Ricreo un suono, un linguaggio-approccio e lo supporto con quanto sono venuto a conoscenza e non potrò non evidenziarne il suo diverso e forse vero utilizzo. Uso la forza, uno sprazzo d’energia e viaggio.

Libero una verità silenziosa e roboante, opprimente e spiegabile con parole.

E allora la rappresentazione visiva diventa gioco di grigio su grigio, di colore su colore e per esprimere la Poesia di Parole e per l’organizzazione e per pagine di finite e infinite configurazioni.

Sono i miei limiti metaforici ed allegorici dalle potenzialità di Limite di parola ma non alla parola.

 

Nello “scarto” investo un ruolo significativo e non marginale con la solitudine del mio segno; l’universale è possente se visto nella sobria capacità di alludere ad altro. (Rappresentazione di mente o se preferite Allegoria impressa e Storia di se Stessa attraverso lo svolgersi di Una lettura-scrittura).

Così come una vicenda vissuta e in un percorso a ritroso dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto, da destra a sinistra e viceversa, seguendo l’interpretazione data dalla retta singlottica, dal Punto.

Forse sarà col sostare e con il muoversi tra la logica della propria esistenza così come auto costruitasi.

L’energia segreta s’è Disegnata con i colori dei suoi infiniti perché.

L’Allegoria s’è impressa ed è sprazzo d’energia alla ricerca d’Una verità Silenziosa e Roboante, è progetto infinito di I(dea).

Il contenuto è estratto dal libero contenitore voluto sempre e comunque diverso, assecondante.

Questa la Ragione e il richiamo al mio leggere-scrivere, oggi.

Questa la ragione mossa dall’allora statica Poesia Visiva degli anni post-ottanta e Ragione, rimasta “nascosta” dalla domanda: «Ma esiste un’anima rivoluzionaria nell’avanguardia? (lo diceva a squarciagola Rossana Apicella).

La Singlossia ha maggiore certezza se il lettore attento saprà calarla nel suo giusto contesto diacronico (Parmenide).

Quanto in esso v’è rimasto scritto è il risultato del mio trentennio di poesia, dalla scomparsa di Rossana Apicella (14/5/1985), ma non di quello ormai accartocciatosi su se stesso, intento a dar luogo-spazio alle comode poltrone della pratica e critica contemporanea sulla scrittura visiva.

Altri fenomeni culturali hanno preso il sopravvento e di quell’anima rivoluzionaria vera e non, che s’era destata sull’onda di quella domanda, non si trova accondiscendenza.

L’allarme: Attenzione alle eufemistiche testimonianze è pura sopravvivenza!

Da decennio in decennio, dal primo e non ultimo dei torpori, occorre liberare un nuovo tentativo e dar corpo a quanto lasciato sospeso ma non del tutto dimenticato. In una cultura ancora monoglossica sarà un andirivieni d’approdi verbali alla Singlossia.

  • Se scrivo Albero, il risultato visivo è Albero, ma non ti dico di che tipo, e potrai immaginarlo a tuo piacimento;
  • Se scrivo Abete, il risultato è Albero, ma non ti indicherò la sua altezza, potrai assumerla a caso;
  • Se scrivo Ramo, il risultato visivo può essere Albero, ma non necessariamente tu ne dovrai indicare un vegetale.

 ” …quel ramo del lago di Como…”

  • Se scrivo Omar, il risultato sicuramente non potrà mai essere un Albero, ma, se lo leggerai al rovescio, sicuramente sarà Ramo e, per la ragione del punto tre, non sarà questo a farti restituire l’immagine di un Albero.

Nell’improbabile Luogo delle parole vi è “quell’infinitamente probabile”, vi è la logica soluzione dell’infinita bontà manifestata dall’entità voluta per separare il chiaro dallo scuro, la luce dalle tenebre, il visibile dall’invisibile attraverso il suo spettro ch’è il diacronico.

L’oscurata luce verrà sostituita dalla visione leonardesca:” Guarda la luce e ammira la sua bellezza. Quello che hai appena visto non c’è più e quello che vedrai non c’è ancora”.

Tutto ciò è per Scuotere le coscienze verso la diffusione di una cultura di "conoscenza" senza sudditanza da contrapporre alla odierna cultura globalizzata e indifferente?!

Difficile rispondere sia per essere nuova domanda o asserzione o per dare priorità al solo motivo che c’è stato il passato, la memoria che subordina.

Sfuggire al Fato di un passato non è l’uguale allo sfuggire dal Fato di un futuro. In uno spazio cartesiano è il Punto con la sua origine di coordinata zero in un A=(x,y,z) a dettare il diacronico.

Non resta che stabilire dove collocarlo in un infinito relativo di cultura detta globalizzata.

Meglio chiamarla “banalizzata”.

Non resta che continuare ad essere (ES)perimento. (presunzione senile)

Mi scuso se mi intrattengo sulla soglia di una pura e propria “meraviglia”, è per andare oltre l’immaginabile, è per attraversarlo.

A scrivere c’è il cambio di luogo, c’è il nuovo che attende con il diversale.

Le ragioni di un “ehi!”, diventano l’“Ès”, si trasformano nella certezza del più che meravigliato.

Diventano i perché che travalicano il “Palesemente non evidente”.

Non sono io l’ossimoro che tutto può, neanche l’impossibile e non costringo ad essere “Ès”, lo si raggiunge solo con il sorprendente.

La meraviglia credo trasformi.

Pertanto, mi son dettato un chiaro Egoestetico con lo “Scrivere”. Con lo scrivere ho viaggiato o sto per essere intrappolato nelle coordinate o perire all’interno di un ulteriore verosimile che è l’Errore.

Il vero è la Storia dell’Arte ed è la traversata. Gli Artisti che ho amato? Perché parlarne, la Storia che si è dimenticata o si è voluto palesemente scacciare dalla memoria è il perché del non citare. Ho altre esperienze di cui parlare, parlare di scrittura e di Arte e ne siamo circondati e abbeverati da sempre ed è riduttivo parlarne, affiora da sé.   

Perché parlare di un Movimento, di un’Arte se ne sei già coinvolto. È solo a se stessi il compito di tracciare il grafico delle proprie immagini e di una storia.

In questo via vai, continuo nel flusso delle mie parole, poi, giungerà l’attesa … poi si scriverà e non si “spiegherà”.

Perché spiegare?

Quell’«És» parla di uno svolgimento del quale nemmeno io ne sono più avvezzo. Acconsento la creduta genuinità che l’accompagna e sia, è dovuto per l’altrettanto scrivere.

L’«Ès» è Il Wow che esordisce e ti placa.

É anche l’ultimo tentativo per una bozza in cui vuoi trovare la “quadratura del cerchio”. 

Come in ogni geometria ci sono altre geometrie che reggono la precedente. É il frattale che si rigenera.

In quanto a logica e casualità e rivoluzione. Deve esserci anche il mistero del bello che non ho mai avuto la sorte di conoscere sino in fondo e che al contempo sai di trovarsi da qualche parte, sai che non è nascosto, sai che sei tu a non vederlo.

Da qui l’addentrarsi nel “Diversale—Uguale-Universale” dove i punti e le virgole si spostano continuamente, senza sosta. L’apparente è il vero, ciò che tarda a svelarsi.

«WOW! » è la parola?

Potrebbe essere questa il pensiero individuale dell’aforisma diversale.