BOOOM!

Nell’Assurdo del:Dio salvi…Ma Chi?

Fatelo da voi il chi salvare, ma non rivolgetevi a Dio né per i Re, né per la Poesia.

di Francesco Pasca

Si assiste ve lo assicuro. Assisto anch’io al teatrino del quotidiano poetico, lo dico e ne scrivo e, di quell’insufflato e anche del continuamente dico che, dello e nello starci non mi rassegno con metodica ed uguale passione sulle rotte telematiche dei social cinguettanti o nei più e nei meno di un farsi soffiare dentro per un altrettanto e qualsivoglia social book.

Confesso, non sono adattabile o adottabile, sono piuttosto instabile in un farsi infondere o lontano da un lasciarsi ispirare, non mi faccio insinuare dai polmoni di un asfittico. (Ma sarò stato sufficientemente dedito nel verbo al transitivo o sono tuttora nell’errore di esser stato condotto, intransitivamente in errore, con un meritato “insufflarmi”?)

Nell’assurdo è il difficile distinguo fra un minimo e un massimo, fra il fare e il disfare, fra lo scrivere e il parlare. Il problema così come da me posto è solo di chi ci crede o di chi ci prova per farmelo, ma solo se lo preferite, credere? Il tentativo può chiudersi in una secca risposta? Invece, a pensarci me ne dispiace, eccome, e non è nell’unico breve dell’enunciare di un minimo o di un massimo o in quel ch’è sopra o sotto, ma come lo starci e chiudersi per intero, sia nell’esser sopra o sotto o, se credete, solo nell’intento del farmelo apparire.

Ma per e dell’l’insufflo? Nell’iniziare a contarlo occorre l’Uno o il Due? Pensate, pensate, pensate. Io così, proprio così, fra l’Uno e Due, vado in confusione, voi no? Credete forse di storcere il naso e cavarvela?  Grossomodo, dai confezionatori delle mistificazioni imbastite con la scrittura detta di poesia, occorre uscire per quel fumo e, chi lo crede, non ha scampo.

Pertanto, dall’Uno lasciate che inizino i mangiatori di parole, poi a quest’ultimi si aggiungano pure gli onnivori lettori. Dal Due, ad iniziare, mi spiace, non ci siamo tutti. Dal Tre invece v’è chi crede e s’illude di sfuggire a queste semplici regole d’accomodamento domestico e poietico, al dubbio del chi non ha scampo.

Un-Due-Tre e, per il Tre, parrebbe l’iniziare. Sorge il dubbio che non è solo l’attribuzione di una semplice conta, né l’essere fra quel ch’è certezza, ma l’ennesimo rovello dialettico.  Riconduciamoci all’insufflo, al teatrino del quotidiano poetico. Il concetto è nell’appena enunciato del e nel breve del Tre, è nella e dell'ipocrisia parlata, è del e nell’atto di una contraddizione del non dire e del non poter dire: Basta! Quel che genera e sostanzia la conseguenza dell’Uno e la probabile continuazione del Tre ch’è l’iniziare. Tutto È da verificare solo il perché s’adegua al tutto, alla circostanza. Mi hanno detto: Un bravo maestro per allontanare da sé il dubbio di un’ipocrisia può dirci: «Ascoltate quello che dico, ma non insufflate né fatene esempio di quel che, normalmente, faccio e, se non riuscite a star zitti, ch’è l’equivalente dello “scrivere”, sappiate “tacere”.»

Continuando, scorrendo per il ricordo del maestro: «Del Due ch’è prosieguo dell’Uno cosa ne facciamo?» Trovarsi con questa interrogazione è il giacere nella pratica del solo dire e del non fare nonché dinanzi all’insufflo di un’ipocrisia con l’avvertire l’inspiro di un bilico, della propria finzione o del o nel mostrarsi dispiaciuto, commosso e quant’altro conviene per non distrarre la mente poetica: «veramente … forse… vedrei di… bello, bello, bello …» (così è che m’insufflo intransitivamente)

Comunque, è facile trovarsi in quella contraddizione. Lo assicuro, avviene ed è da questa affermazione che scaturisce sempre l’esigenza del: “Dio Salvi ... etc …” Nell’indugio è dar luogo e al contempo e senza far trapelare vanto alcuno, è lasciare all'ipocrisia silenziosa il sottile divenire con la più sofisticata delle sostituzioni, quella della sottilissima e nascosta affabulazione e dimenticando e sottintendendo e alludendo e comunque lasciando a tutti che i verbi diventino intransitivi. Suvvia, mai farli divenire transitivi anche se già lo sono. Lo so è scomodo. Nell’indugio sottintendo che, può anche accadere che altri l’avvertano quel transitare. Persino il Nostro Poeta che canta e vanta lodi di bontà e d'amore può cadervi in quell’intenzione, sebbene a lui è remota e, fra un transitivo e l’intransitivo può scatenare, cioè, destare, con l'altrui ammirazione, quel sottile distinguo che si chiama dissimulazione da un’ipocrisia. È poetico simulare. È poetico in virtù o in sentimenti o in quel che non v’è attinenza con la realtà e che porta ad ingannare, a lusingare in nome del: «Dio salvi…» Qui l’arte più raffinata è dell’ipocrita poesia. Il dubbio in me è che, dal momento che ne scrivo, possa anch’io essere caduto nell’insufflo e che mi accomuni a quanti scrivono sui “muri” delle loro e nostre anime: "Io odio i falsi ", "Io odio le ipocrisie", “io odio le simulazioni IN e per L’OUT di poesie”.

Per questo motivo inizio dal Due, perché non ho certezza d’inizio e simulo il probabile Tre ch’è per altro inizio.  La mia scrittura sta per concludere e si avvia e diventa la più qualunquistica delle affermazioni e, di questi tempi, mi pare fatta solo per far bisticcio in una categoria detta: “generale”. Per non agitare un mare ch’è magnum e dare opportunità ad un canale d’esser di puro scolo, ch’è di parole, v’è il mio decantare nel Tre e da non dare e da non concedere per l’iniziare. Ma ri/torniamo al teatrino poetico, al soccorso iperventilato ch’è del: "bello, bello, bello, così bello che, rinuncio a comprendere.” Veramente, il mio soccorrere è un po’ dopo il bello, deve cioè essere il fotogramma che si verifica come un evento clamoroso, un “Bumm” per fumetto. In breve, mi racconto e da intransitivo do la mia contraddizione".

D’accordo, la non rinuncia imprevista ferisce e fiorisce nella mia non menzogna. D’accordo, quando, insomma, il comportamento e i sentimenti sfuggono alla comprensione la chiamiamo apertamente ipocrisia consapevole e ne indichiamo l'incoerenza voluta tra parole dette e valori semantici enunciati, spesso tacitamente e mai esplicitamente, nel  “Uff! Puff! Pop!  Snap!” D’accordo, l’idea espressa nel Due è anch’essa contraddittoria e non sostituisce il vero che finge, è solo il dimenticare drammaturgico del consapevole come nell’antica Grecia, come l’Ypokrites ch’era l’Attore. Ancora più d’accordo se, quella drammaturgia così grossolana è oggi spesso risultato dei profondi moti interiori. Ma, vi è una colpa nel NeoAttore? In fondo l’Attore non è solo il Teatrante, è il sé Protagonista, è l’Ombra che fa parte di noi o che è e diventa la Cosa che la necessita e la perseguita. Anche su questo siamo d’accordo? (Omissis) Ma s’è manifestazione proiettata di un’opportuna e se tentiamo di eliminarla dobbiamo azzerarne necessariamente la luce per non farla apparire come scoria di un sé? (Omissis) Con l’Ombra, ch’è meglio del Due, è lasciare tutto in attesa di un far diventare improvvisa la manifestazione di una causa nel distruggere. Suvvia attendiamo, diverrà prima o poi la nostra ombra morale. Ecco l’auto inganno, il ricorrere, ecco come prelevare un parametro altrettanto contraddittorio in una cosiddetta improvvisa modestia. Certamente? La modestia è l’altro sé, è il convenzionale, il modo dichiarato di un anticorpo ombra capace di scatenare l’ipocrisia in orgoglio. Così, come dichiarava Giovanni Papini. Ma, cosa sarà mai la modestia nell’insufflo se non una falsa modestia? Ma, per uno come me che assiste al teatrino della Poesia la voce che insegue è: facciamo “mica” le pulci sulla Parola, sulla Poesia? Come possiamo dichiarare lo stato di un falso quando per il gioco delle antinomie potrebbe essere anche vera o appartenere ad una forma raffinata di vanità dettata dalla proiezione di un’ombra di verità oppure trovarsi in un’altra menzogna abilmente camuffata da un inizio di Uno e il dichiarato di un Tre? (Qui l’insufflo è lunghissimo, da apnea)

Per Concludere “citiamo” Aristotele. Aristotele afferma che la modestia assomiglia più ad una sofferenza che non ad una qualità, è come voler scacciare da sé l’ombra.  La sofferenza, quindi, parrebbe modestia sincera al pari della stessa modesta ipocrisia e ne diventa il suicidio della stessa parola e del suo fare. E, ancora per concludere citiamo anche Rousseau. Anche Jan Jacques Rousseau affermava che la modestia comincia con la conoscenza del proprio male. Ma, per tornare al più sottile distinguo, nell’essere d’accordo termino col Tre, con l’ennesima citazione. George Bernard Shaw la cui visione, come sinora scritto è nella drammaturgia mi ha consegnato: «L'ipocrisia è l'omaggio che la verità rende all'errore.»

Non so se questa affermazione gli rese quell’omaggio, l’insufflo con l’assegnazione del premio Nobel del 1925. La motivazione allora fu: «Per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di una poetica di singolare bellezza».  Suppongo fosse riferita esclusivamente alla sua eccezionale pratica drammaturgica. Lo spero.

Lo fu sicuramente?! Sì!? No!? Boh! Ma, se fu omaggiato anche per la sua altalenante condizione politica, mi giungono faticosamente poetiche le affermazioni negli aneddoti su “George”. Mi sorge il dubbio che, i teatrini poetici furono solo le sue affermazioni. Come lo furono le dettate e le ritenute necessità, ad esempio dettare: “… lo sterminio di persone inutili alla società come i ‘pigri e gli invalidi’. Aggiungo (poetici).” George come ogni Tre mi lascia comunque nel dubbio di un insufflo. Nell’appello lanciato ai chimici, ad esempio sprona per sollecitarli all'invenzione di un gas pietoso in grado di uccidere senza far soffrire ‘gli inutili e gli invalidi. Qui il Due è più ipocrita e più vanitosamente sincero di un Tre. Qui del Due è fatto l’Uno e, di quell’Uno, la condizione psicologica può essere dettata dall’individuo solo se portato a giustificare il suo comportamento, poi divenuto Nobel. Qui del Tre è il perché ed è il dovuto per cause ambientali a lui estranee. In buona sostanza, l’attribuire un’azione e renderla partecipe agli altri con un altrettanto omaggio poetico è e diventa, come in precedenza dichiarato per bocca di George, «L'ipocrisia è l'omaggio che la verità rende all'errore.» Non resta che continuare ad essere ipocriti e, se volete, anche non tanto modesti purché nell’errore. Oggi che ne scrivo la differenza sappiate ch’è su: “in qualità di (omissis)” o “in veste di (omissis)” Fate voi, ma non credetevi né Jan Jacques, né George, né Aristotelici seguaci di una sofferenza. Nell’assurdo salvatevi dai gas pietosi insieme ai Re e alla Vostra Poesia.

Rispettosamente, BOOOM!